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viernes, abril 22, 2005

Desafíos del nuevo Papa (en italiano)

Desafíos Posted by Hello


Piccola agenda del nuovo pontificato


Fresco d’elezione, papa Benedetto XVI ha davvero il conclave alle spalle. Niente lo vincola più. Regole severissime vietano ai suoi elettori di imporgli le decisioni da essi volute o le nomine a loro gradite. Ed è questa una ragione in più dell’attenzione spasmodica con cui tutti studieranno le sue prime mosse come capo della Chiesa mondiale. Di colpo, davanti al nuovo papa si apre un’agenda sterminata e tremenda, quella che Giovanni Paolo II gli ha lasciato in eredità. Eccone un campione di voci, in ordine alfabetico.

ASSISI. È simbolo indimenticabile del pontificato di Karol Wojtyla: i rappresentanti delle religioni mondiali affiancati a pregare, nella città di san Francesco. Ma è anche uno dei simboli più destabilizzanti: se ciascuna religione è via di salvezza in se stessa, la Chiesa cattolica può chiudere le sue missioni nel mondo per cessata ragione sociale. A correggere quest’esito c’è la dichiarazione “Dominus Jesus” del 2000, che riafferma la fede in Gesù Cristo unico salvatore di tutti gli uomini di ieri, di oggi e di domani. Il nuovo papa proseguirà dunque nel dialogo interreligioso, ma terrà fermissimi l’identità irriducibile del cristianesimo e il comandamento di Gesù di predicare il Vangelo a tutti gli uomini della terra. “Dalai Lama e musulmani compresi”, disse una volta il cardinale Giacomo Biffi.

CINA. Per la Chiesa di Roma rappresenta un allarme doppio. Il primo è l’assenza di libertà per i milioni di cristiani cinesi, siano essi clandestini o appartenenti alla Chiesa “patriottica” messa in piedi dal regime. Non solo Giovanni Paolo II non ha potuto metter piede in Cina, ma nemmeno è riuscito ad aver garantita la facoltà di nominare i vescovi. Con le autorità di Pechino il Vaticano s’è fin qui mosso come fece con l’impero sovietico negli anni più bui, come allora con scarsissimi risultati. La differenza è che per il gigante Cina non è in vista alcun crollo. Anzi. La sua ascesa come potenza mondiale sfiderà la fede cristiana ancor più di quanto faccia l’islam. Ed è il secondo allarme di cui il nuovo papa dovrà tener conto. Il credo musulmano risveglia per contraccolpo l’identità cristiana. La religiosità cinese no. Priva com’è di una fede in un Dio personale, può incoraggiarne lo spegnimento.

CURIA. È il braccio esecutivo del papa. Giovanni Paolo II se ne prese cura pochissimo, e il governo ordinario della Chiesa ne soffrì parecchio. Ma dopo un pontificato carismatico come il suo, fatto di spettacolari gesti simbolici, è naturale che il successore riprenda in pugno con più continuità il timone dell’istituzione. Tra un papa e l’altro i capi dei dicasteri di curia decadono. Le prime vere nomine, dopo le iniziali riconferme di routine, saranno il test di come il successore intende costruire la sua nuova squadra di governo.

DEMOCRAZIA. Dentro la Chiesa e fuori. Dentro, propriamente, ha il nome di collegialità. Ed è il particolare equilibrio che intercorre tra il primato del papa e il collegio dei vescovi. Giovanni Paolo II ha assunto quasi sempre da solo, e contro il parere di tanti, le sue principali decisioni. Ogni uno o due anni convocava un sinodo dei vescovi di tutto il mondo, ma poi, di nuovo, decideva da sé. Il prossimo sinodo, già convocato, è in agenda per ottobre e dal nuovo papa molti si aspettano che ne accresca il peso decisionale. Un diverso equilibrio tra papa e vescovi è anche un passo obbligato per avvicinare la Chiesa cattolica alle Chiese separate protestanti e ortodosse. Quanto alle democrazie come sistemi politici, papa Karol Wojtyla ne ha denunciati e affrontati a muso duro i “subdoli totalitarismi”. Soprattutto le leggi che toccano la vita umana dal nascere al morire saranno terreno minato anche per il suo successore.

DONNE. Sulle donne prete Giovanni Paolo II ha calato un veto totale, valido anche per i papi futuri e formulato con le parole delle proclamazioni infallibili “ex cathedra”. Ma a prescindere dagli ordini sacri, per le donne nella Chiesa lo spazio è apertissimo, in teoria. Nella pratica si vedrà. A Pechino, alla conferenza internazionale sulla donna indetta dall’Onu nel 1995, a capo della delegazione vaticana c’era una donna, l’americana Mary Ann Glendon dell’università di Harvard. E da allora altre volte è capitato così. Su questo terreno il nuovo papa è atteso alla prova e sarà giudicato da un’opinione pubblica molto esigente.

EBREI. Papa Karol Wojtyla ha compiuto gesti straordinari di riconciliazione con l’ebraismo. Benedetto XVI ha il non meno difficile compito di renderli pratica costante della Chiesa nel suo insieme. La discussione pubblica che c’è stata negli ultimi anni sulle radici “giudaico-cristiane” dell’Europa un piccolo effetto collaterale l’ha avuto, in questo senso: ha contribuito a diffondere l’idea che l’ebraismo non è per i cristiani un’altra religione, ma il fondamento della loro fede, da essa indissociabile, così come nella Bibbia l’Antico Testamento fa tutt’uno col Nuovo. A complicare tutto c’è però l’Israele politico. Il segretario di stato che il nuovo papa sceglierà e la linea che il Vaticano adotterà in Medio Oriente incideranno anche sulla pacificazione religiosa tra cristiani ed ebrei.

EUROPA. Benedetto XVI entra in carica fresco di sconfitta: il mancato riconoscimento delle radici giudaico-cristiane dell’Europa, nel preambolo della nuova costituzione dell’Unione. Ma la Chiesa stessa non appare in buona salute, nel Vecchio Continente. In molte nazioni del Centroeuropa, in Spagna, in Polonia, gli indici di adesione alla Chiesa sono in calo, qua e là molto netto. L’unica nazione in controtendenza è l’Italia. Il nuovo papa avrà molto da faticare per risalire la china.

GIOVANI. Il prossimo agosto è in calendario a Colonia la Giornata Mondiale della Gioventù, col papa atteso nel momento culminante. I precedenti meeting sono stati invenzione personalissima di Giovanni Paolo II e ne è nata una tipologia collettiva di giovani, i “papaboys”, fortemente legata alla sua persona. Benedetto XVI dovrà rapidamente decidere se imitare su questo punto il suo predecessore, oppure introdurre delle varianti, oppure archiviare le adunate giovanili di massa. Andando alla sostanza, dovrà soprattutto studiare come assicurare la trasmissione della fede cristiana da una generazione all’altra, in un ambiente culturale largamente scristianizzato.

HUMANAE VITAE. L’enciclica di Paolo VI del no ai contraccettivi artificiali ha prodotto uno dei punti di rottura più forti degli ultimi decenni tra il magistero papale e la pratica dei fedeli. Ma oggi il centro focale della predicazione della Chiesa si è spostato: più che la pillola e il preservativo, a concentrare l’interesse della Chiesa è la difesa della vita di ogni nuovo nato, a partire dall’istante del concepimento. Il risultato è che anche ai vertici della Chiesa si è ripreso pacatamente a discutere il veto dell’”Humanae Vitae”: come non definitivo né rigido ma aperto a future correzioni. Il cardinale Georges Cottier, teologo ufficiale della casa pontificia, ha dato un primo segnale autorevole di svolta un mese prima che Giovanni Paolo II morisse: ammettendo l’uso del preservativo a difesa dall’Aids, in casi speciali accuratamente descritti. Il nuovo papa è possibile che faccia ulteriori passi nella stessa direzione.

INDIA. L’immenso paese di Gandhi è terra di frontiera importante per la Chiesa nell’Asia, e preoccupa il papato di Roma per almeno tre motivi. Il primo è che i cristiani che vi abitano sono spesso vittima delle aggressioni dell’estremismo induista e dell’intolleranza delle stesse leggi civili, che in molti stati vietano e puniscono pesantemente il proselitismo, ossia l’azione missionaria della Chiesa. Il secondo timore è legato alla prevedibile ascesa dell’India come grande potenza. Il contatto tra l’Occidente cristiano e la cultura e la religiosità indiane, marcatamente politeiste e inclusive, invece che rafforzare l’identità cristiana tenderanno a depotenziarla e ad assorbirla, analogamente a quanto si teme avverrà a contatto con la cultura della Cina. La terza preoccupazione è più interna. Ampi strati della Chiesa cattolica dell’India, compresi alcuni vescovi, propugnano un’idea di dialogo tra cristianesimo e induismo che mette alla pari le due religioni e quindi svuota di senso il proposito di battezzare nuovi cristiani, dato che agli induisti basta già la loro fede. La “Dominus Jesus”, che ribadisce che Cristo è l’unica via di salvezza per tutti, è stata scritta anche per reazione a quanto avviene in India. Benedetto XVI dovrà decidere quali conseguenze pratiche trarre.

ISLAM. Agli attacchi sferrati dall’islamismo estremista contro la cristianità e l’Occidente, la Chiesa di Roma ha sin qui reagito con molta cautela. Tra le sue finalità prime c’è quella di proteggere le minoranze cristiane nei paesi musulmani. E tra i mezzi adottati ci sono quelli del dialogo amichevole con esponenti islamici anche radicali e dell’accettazione realista delle dittature che dominano in molti di quei paesi. Questa linea, tuttavia, ha prodotto risultati deludenti ed è sempre più in discussione. Il nuovo papa dovrà necessariamente andare oltre il gesto simbolico compiuto da Giovanni Paolo II con la sua visita alla Grande Moschea di Damasco. Sia sul terreno religioso che su quello geopolitico.

LITURGIE. Le grandiose celebrazioni di massa care a papa Wojtyla non potranno essere ripetute tali quali dal suo successore. E questo modificherà la percezione visiva della Chiesa che i media mondiali trasmetteranno. Un altro nodo critico, ancor più importante, riguarda il modo di celebrare la messa in tutte le chiese piccole e grandi del mondo, atto centrale del culto cristiano e parametro classico sul quale si misura l’adesione dei fedeli alla Chiesa. Il prossimo ottobre un sinodo mondiale dei vescovi discuterà assieme al nuovo papa proprio su questo. A giudizio di molti, le novità introdotte nei sacri riti dopo il Concilio Vaticano II si sono concretizzate in forme in parte devianti, che hanno a loro volta influito negativamente sui contenuti e le pratiche della fede. Le decisioni che il sinodo e il papa prenderanno per riqualificare la celebrazione della messa saranno quindi decisive nel rimodellare il volto concreto della Chiesa nei prossimi anni e decenni. La musica e l’arte sacra fanno parte integrante di questo capitolo dell’agenda.

MEA CULPA. Le riserve che hanno sempre accompagnato, ai vertici della Chiesa, le richieste di perdono pronunciate da Giovanni Paolo II per le colpe della cristianità nella storia fanno prevedere che Benedetto XVI si distaccherà su questo punto dal predecessore. L’interessante sarà vedere come. Un’ipotesi da molti auspicata è che il nuovo papa concentri l’attenzione sulle colpe dei cristiani d’oggi, e per queste chieda perdono. La differenza è sostanziale. Il passato può essere bollato d’infamia, ma non più modificato. Il presente sì. Un “mea culpa” relativo al presente sarebbe vuota retorica se non accompagnato da atti di effettiva riforma, nei campi che il nuovo papa riterrà prioritari.

PACE. All’opposto di tanti giudizi correnti, Giovanni Paolo II non fu affatto un pacifista. Approvò lo spiegamento dei missili nucleari in Europa contro la minaccia sovietica; disapprovò la prima guerra del Golfo; ingiunse di “disarmare l’aggressore” che infieriva contro la Bosnia; si dissociò dai bombardamenti di Belgrado; appoggiò l’intervento militare in Afghanistan; contrastò la seconda guerra in Iraq; definì infine “operatori di pace” i soldati rimasti in quello stesso paese a dar sicurezza alla nascente democrazia. E ancora: ha beatificato Marco d’Aviano, la guida spirituale della difesa di Vienna dall’assalto ottomano, fino alla “vittoria di Dio”. Insomma, il penultimo papa ha lasciato in eredità un modello d’iniziativa geopolitica molto dinamico, ma perfettamente in linea con la dottrina classica della Chiesa sulla guerra. È impensabile che il successore se ne distacchi.

RUSSIA. Il fatto che il nuovo papa non venga più dalla Polonia, avversaria storica di Mosca, ha rimosso un grosso ostacolo. Ma il veto che ha impedito a Giovanni Paolo II di metter piede in Russia resta lontano dal cadere. I perché li ha ridetti con parole quasi brutali il patriarca ortodosso di Mosca, Alessio II, in un’intervista pubblicata dieci giorni dopo la morte di papa Wojtyla. Il suo primo capo d’accusa riguarda la campagna di conversioni in Russia con la quale vescovi e preti della Chiesa di Roma porterebbero via i fedeli alla Chiesa ortodossa. E il secondo riguarda la Chiesa cattolica di rito orientale dell’Ucraina, vista da Mosca come un patriarcato rivale proiettato alla conquista di un territorio storicamente ortodosso. Benedetto XVI avrà molta difficoltà a tranquillizzare il patriarca di Mosca, soprattutto sulla questione dell’Ucraina. Qui, infatti, il papa si troverà sottoposto a due fortissime pressioni uguali e contrarie: quella di Mosca e quella della potente Chiesa cattolica ucraina, forte di milioni di fedeli.

SANTI. Una prima decisione di Benedetto XVI riguarderà proprio il predecessore: se dar corso o no a un suo processo di beatificazione accelerato. Ma poi, più in generale, egli dovrà decidere se porre un freno, e come, al ritmo frenetico di proclamazioni di nuovi santi e beati inaugurato da Giovanni Paolo II: che da solo ne ha portati agli altari più di tutti i papi degli ultimi quattro secoli sommati, da quando cioè le cause di santità hanno preso la forma canonica oggi in uso.

SCOMUNICHE. Il pontificato di Giovanni Paolo II è stato uno dei più miti, sotto questo profilo. Tra i professori di teologia, il solo che incorse in una temporanea scomunica fu un oscuro sacerdote dello Sri Lanka, Tissa Balasuriya, reo d’aver negato la verginità di Maria e d’aver dubitato della divinità di Gesù, ma poi ravvedutosi e perdonato. L’unica grossa scomunica, tuttora in vigore, per la quale papa Wojtyla è passato alla storia è quella comminata nel 1988 contro il vescovo supertradizionalista Marcel Lefebvre e i suoi seguaci. I tentativi di riportare i lefebvriani all’ovile sono in corso da anni e il nuovo papa farà sicuramente altri sforzi per sanare la piaga.

VESCOVI. La Chiesa cattolica si regge sul papa e sui vescovi. Ma questi ultimi, già messi sotto choc da uno straripante Giovanni Paolo II, patiscono da qualche tempo un vincolo in più: quello delle conferenze episcopali nazionali. Alcune di queste, specie nel Centroeuropa e nel Nordamerica, sono diventate negli ultimi decenni macchine burocratiche ipertrofiche, che producono commissioni e documenti in dosi sempre più massicce e il più delle volte inutili. Se vorrà riprendere in pugno il governo ordinario della Chiesa, tanto trascurato dal predecessore, Benedetto XVI dovrà incidere col bisturi in queste nuove burocrazie ecclesiastiche. I suoi migliori alleati saranno i vescovi migliori.

VITA. È parola entrata nel titolo delle encicliche più famose e discusse di Paolo VI e di Giovanni Paolo II: l’”Humanae Vitae” del 1968 e l’”Evangelium Vitae” del 1995. Ma anche per Benedetto XVI sarà parola capitale. Anzi, lo sarà ancora di più, perché nel frattempo le bioscienze hanno fatto passi giganteschi e sono diventate il nuovo verbo della modernità. Verbo onnipotente, perché non solo interpreta l’uomo, ma decide su di esso, e lo trasforma, e si appropria della sua stessa generazione. Teologia e filosofia, politica e diritto, fede e costume: tutto entra in gioco. Per la Chiesa è la sfida del secolo e il nuovo papa lo sa.

2 Comments:

Anonymous Anónimo said...

Hi, "Buona notte. Io sono una ragazza messicana." I'd like to know more about this "papaboys" meeting, because I'd really like to be there. I hope Pope Benedict gives the support for this international meeting and it won't being canceled.

7:18 a. m.

 
Anonymous Leo Sander said...

viva Benedetto anchio voglio andarci a Colonia

8:01 p. m.

 

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